“Un guerriero sceglie una strada, qualunque strada, con il cuore, e la segue; e poi si rallegra e ride. Sa, perché vede che la sua vita finirà anche troppo presto.
Non c’è alcun vuoto nella vita di un guerriero. Tutto è pieno fino all’orlo e tutto è uguale. Un guerriero si assume la responsabilità delle proprie azioni, anche delle più banali. Quando un uomo intraprende la via del guerriero diventa gradatamente consapevole di essersi lasciato per sempre alle spalle la vita ordinaria. Ciò significa che la realtà ordinaria non può più proteggerlo e che per sopravvivere dovrà adottare un nuovo modo di vita. Un guerriero non ha bisogno di una storia personale. Un giorno scopre che non è più necessaria, e la abbandona.”
(Carlos Castaneda, da “La via del guerriero”)

“Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da ora in avanti rispetto a quanto ho vissuto finora; non ho più tempo per sopportare persone assurde che, oltre che per l’età anagrafica, non sono cresciute in nessun altro modo. Non voglio partecipare a riunioni e rimpatriate dove sfilano solo “ego” gonfiati, non sopporto piu i manipolatori, gli arrivisti, nè gli approfittatori, mi disturbano gli invidiosi e mi rimane poco tempo per discutere di beni materiali o posizioni sociali. Amo l’essenziale perchè la mia anima ora ha fretta e voglio vivere tra gente che sappia burlarsi dei suoi errori, gente che non si vanti dei suoi lussi e delle sue ricchezze, perché solo l’essenziale fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta. Voglio intorno a me solo gente che sappia vivere e apprezzare la vita nella sua semplicità. Si, ho fretta per vivere con l’intensità che solo la maturità ci può dare.”
(Anonimo)

Vincere o fallire, ma combattere per essere ciò che si è, con il limite che la propria natura impone; questo non significa umiltà rassegnata, al contrario, è tensione titanica, combattente, verso il meglio. Un clima ascendente conduce il guerriero, che sia capitano o soldato semplice, verso la luce, lungo un’epica avventura: lo sguardo si amplia, dal ruscello, ai cespugli, al lago, al sentiero, fino alle stelle del cielo. Tutti gli elementi sono coinvolti: terra, acqua ed aria. Solo abbracciando l’universo si arriva ad incarnare la propria essenza, quell’essenza che è luce pulita, senza ombre, che sia il riflesso luminoso di un piccolo corso d’acqua o il chiarore intenso del sole. Gli orientali hanno una loro parola per tutto ciò: karma.
(Douglas Malloch)

Più invecchio più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi che ci è dato vivere.
In essi si rivela la vera essenza di un individuo, prima e dopo gli sforzi, le aspirazioni, le ambizioni della vita.
Gli occhi del fanciullo e quelli del vecchio guardano con il tranquillo candore di chi non è ancora entrato nel ballo mascherato oppure ne è già uscito.
E tutto l’intervallo sembra un vano tumulto, un’agitazione a vuoto, un inutile caos per il quale ci si chiede perché si è dovuto passare.
(Marguerite Yourcenar – Archivi del Nord)

« La caratteristica distintiva della bellezza del dandy consiste soprattutto in un’aria di freddezza, derivata da un’irremovibile determinazione a non essere coinvolto »
(Baudelaire – Il pittore della vita moderna”,1863)

Un grande maestro zen spiegava ai suoi discepoli le fasi che aveva attraversato alla ricerca del divino.
“Prima di tutto Dio mi condusse per mano nel Paese dell’Azione, dove rimasi per parecchi anni.
Poi egli mi portò nel Paese del Dolore, vissi laggiù finchè il mio cuore non fu del tutto purificato da ogni attaccamento sbagliato.
Allora mi trovai nel Paese dell’Amore, le cui fiamme ardenti consumarono ogni più piccola traccia del mio io e quindi potei giungere al Paese del Silenzio, dove furono svelati davanti ai miei occhi pieni di sorpresa i misteri della vita e della morte.”
“Fu questa maestro l’ultima tappa della vostra ricerca?”chiesero i discepoli.
“No”rispose il maestro, “un giorno Dio disse: oggi ti condurrò nel punto più sacro del Tempio,nel cuore stesso di Dio.” “E mi trovai nel Paese della Risata.”

“Ridere è un privilegio dell’uomo. La risata ha in sé qualcosa di divino; qualcosa che è accessibile solo all’uomo. Solo l’uomo è in grado di ridere, poiché può avere il senso dell’assurdo, del ridicolo; poiché può vedere in profondità e riconoscere tutte le stupidità che lo circondano, e che si atteggiano a saggezza, gli sciocchi che pretendono di essere intelligenti, che si atteggiano a intellettuali. Non reprimere mai; se reprimi, perderai ogni allegria, perderai qualsiasi senso dell’umorismo. La repressione distruggerà tutto ciò che di umano esiste in te. E, allorché l’umano viene distrutto, non puoi conseguire il divino, poiché l’umanità è il ponte. L’uomo è un ponte tra l’animale e il divino.
Perciò, amici miei, guardatevi dai falsi saggi, dai falsi maestri che non ridono mai
Alla fine di questa avventura terrena, in fondo,… solo una risata ci salverà”.
(Osho Rajneesh)

Sto bene da solo ma non sono un solitario. Scelgo gli altri per scelta, non per timore della solitudine. E scelgo con chi stare. Perchè siamo fatti per stare con pochi.
(A. Degas)

Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare. I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato. Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura.
(Paulo Coelho)

La globalizzazione ha un solo vero retroscena: la creazione di un ‘pensiero unico’.

L’informazione addomesticata ad opera del potere economico-politico dominante sta prendendo piede ormai non solo negli USA, da dove scrivo, ma a livello mondiale.

Le notizie diffuse dal circo mediatico sono sempre di più manipolate e viziate dalla spettacolarizzazione, di fatto prioritaria rispetto ai contenuti delle notizie.
L’alterazione delle informazioni è particolarmente evidente se consideriamo che le agenzie internazionali dalle quali provengono i lanci delle notizie sono poche ed affiancate da vere e proprie agenzie di propaganda.
Aspettarsi dai telegiornali una reale verifica delle fonti è una vera e propria utopia. Il dilagare della notizia-spettacolo, del voyeurismo morboso, distoglie l’attenzione dai reali problemi della gente, mentre i fatti occultati – ad esempio le vere ragioni all’origine di guerre e miserie – non vengono approfonditi.
Siamo di fronte ad un impoverimento culturale globalizzato, teso ad appiattire ogni pensiero che possa mettere in dubbio le idee-guida dei poteri forti che controllano i media.
Con buona pace della democrazia.

Le immagini trasmesse hanno finalità chiaramente manipolative, tendono a generare emozioni che ci distolgono dal domandarci quali siano le vere cause delle sofferenze cui assistiamo. Non a caso i fatti di sangue che hanno come vittime bambini occupano spazi sempre maggiori all’interno dei telegiornali.

Notizie amplificate ed altre ignorate, un oltraggio alla nostra intelligenza e soprattutto alla nostra libertà di decidere quale posizione prendere, dato che, in modo più o meno sottile, le posizioni sono tutte già preconfezionate.
Così l’informazione globalizzata è finalizzata al consolidarsi del ‘pensiero unico’ il cui scopo è quello di rendere difficile – se non impossibile – la comprensione di ciò che sta dietro gli accadimenti del nostro tempo, dalle guerre ‘preventive’ alla fame ‘inevitabile’, dalle fantomatiche pandemie alle strategie degli opposti estremismi, dal terrorismo allo ‘scontro di civiltà’.
E se tentiamo timidamente di mettere in dubbio il ‘pensiero unico’? Chi è contrario alla guerra viene tacciato di ‘estremismo radicale’ e chi mette in dubbio la legittimità della tortura diventa automaticamente ‘antiamericano’.
Eppure la Storia ha ampiamente dimostrato che ogni volta che si è cercato di indirizzare il pensiero dei popoli in una certa direzione sono nati dei mostri.

Il nostro passato è lastricato di idee negate, di pensieri vietati, di ‘verità di Stato’ e ciò non ha mai prodotto risultati positivi. Le idee proibite si sono sempre più fortemente radicate, tanto da far sì che i loro fautori si sentissero dei perseguitati, dei martiri. Quante vittime hanno provocato le ideologie represse e negate, quelle stesse da cui sono nati gli integralismi e gli estremismi che ancora oggi insanguinano il mondo?

In realtà lo Zeitgeist, lo Spirito del Tempo, ha sempre prodotto dei pensieri dominanti, delle concezioni assimilabili senza sforzo dalle masse; quante persone sono riuscite a mettere in questione gli ideali della propria epoca? Spesso solo dopo decenni ci si rende conto della profonda fallacia di certe ideologie contemporanee.
Se il dubitare cartesiano fa parte dell’autentico retaggio culturale dell’occidente, viene da chiedersi il motivo del dilagare del ‘politically correct’ o di ideologie ‘vere per definizione’ visto che oggi gli strumenti per poter imparare a comprendere meglio se stessi ed il mondo dovrebbero essere a disposizione di tutti.

Ma quanto li sappiamo usare questi strumenti?
Fin da bambini il nostro primo sforzo è quello di apprendere e anche chi nasce con una disposizione sportiva o artistica, dovrà tuttavia faticosamente dedicarsi all’esercizio ed allo studio della propria disciplina per anni. Pertanto è difficile poter ritenere di saper fare qualcosa senza averla prima imparata.

Eppure c’è una attività che reputiamo di saper usare alla perfezione senza averla mai di fatto imparata. Mi riferisco all’attività più immediata ed intima, che ha, peraltro, i maggiori effetti su tutta la nostra esistenza: il pensiero. Eh già, perché nessuno ci ha mai davvero insegnato ad usarlo questo strumento con cui gestiamo tutta la nostra vita.
Ci è mai venuto in mente di chiederci veramente perché siamo di destra o di sinistra, di quella o quell’altra squadra di calcio, o perché abbiamo fatto tale o tal’altra scelta professionale? Potremo rispondere che è per via degli orientamenti della nostra famiglia o dei nostri amici, o magari – al contrario – per reazione a quelli. Ma perché in noi c’è stata adesione a certi modelli mentre in altre persone a noi vicine ha, invece, prevalso la reazione? Chi ci ha insegnato ad usare lo strumento con cui abbiamo portato a coscienza noi stessi ed il mondo, e preso poi quelle decisioni che hanno di fatto modificato il nostro destino?
E non si dica che il pensiero non c’è bisogno di impararlo dato che è già bell’e pronto dentro la nostra testa, perché allora dentro la propria testa non ci si è mai gettato uno sguardo!

Se persino le cose più elementari dobbiamo apprenderle con fatica perché mai lo strumento da cui dipende la nostra coscienza e le nostre scelte nella vita, quello no, non ci sarebbe bisogno di studiarlo?
Se usiamo male i nostri strumenti di lavoro, sicuramente danneggiamo noi stessi e gli altri. Come possiamo allora credere che il principale strumento mediante il quale abbiamo una immagine di noi stessi e prendiamo le nostre decisioni, non abbia bisogno di apprendimento?

Cerchiamo allora di imparare ad usarlo, questo pensiero, in modo da smascherare le opinioni preconfezionate che ci vengono quotidianamente proposte dalla televisione – la peggiore tra i ‘cattivi maestri’ – e sapremo non solo cogliere il senso della nostra vita, ma anche riconoscere i retroscena di quelle ‘false verità’ che ci inoculano idee che non ci appartengono.

http://coscienzeinrete.net/spiritualita/item/1533-il-pensiero-unico

La necessaria premessa è che i più grandi mezzi di comunicazione sono nelle mani dei grandi potentati economico-finanziari, interessati a filtrare solo determinati messaggi.

1) La strategia della distrazione, fondamentale, per le grandi lobby di potere, al fine di mantenere l’attenzione del pubblico concentrata su argomenti poco importanti, così da portare il comune cittadino ad interessarsi a fatti in realtà insignificanti. Per esempio, l’esasperata concentrazione su alcuni fatti di cronaca (Bruno Vespa é un maestro).

2) Il principio del problema-soluzione-problema: si inventa a tavolino un problema, per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Un esempio? Mettere in ansia la popolazione dando risalto all’esistenza di epidemie, come la febbre aviaria creando ingiustificato allarmismo, con l’obiettivo di vendere farmaci che altrimenti resterebbero inutilizzati.

3) La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4) La strategia del differimento. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, al momento, per un’applicazione futura. Parlare continuamente dello spread per far accettare le “necessarie” misure di austerità come se non esistesse una politica economica diversa.

5) Rivolgersi al pubblico come se si parlasse ad un bambino. Più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tende ad usare un tono infantile. Per esempio, diversi programmi delle trasmissioni generaliste. Il motivo? Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni, in base alla suggestionabilità, lei tenderà ad una risposta probabilmente sprovvista di senso critico, come un bambino di 12 anni appunto.

6) Puntare sull’aspetto emotivo molto più che sulla riflessione. L’emozione, infatti, spesso manda in tilt la parte razionale dell’individuo, rendendolo più facilmente influenzabile.

7) Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità. Pochi, per esempio, conoscono cosa sia il gruppo di Bilderberg e la Commissione Trilaterale. E molti continueranno ad ignorarlo, a meno che non si rivolgano direttamente ad Internet.

8) Imporre modelli di comportamento. Controllare individui omologati é molto più facile che gestire individui pensanti. I modelli imposti dalla pubblicità sono funzionali a questo progetto.

9) L’autocolpevolizzazione. Si tende, in pratica, a far credere all’individuo che egli stesso sia l’unica causa dei propri insuccessi e della propria disgrazia. Così invece di suscitare la ribellione contro un sistema economico che l’ha ridotto ai margini, l’individuo si sottostima, si svaluta e addirittura, si autoflagella. I giovani, per esempio, che non trovano lavoro sono stati definiti di volta in volta, “sfigati”, choosy”, bamboccioni”. In pratica, é colpa loro se non trovano lavoro, non del sistema.

10) I media puntano a conoscere gli individui (mediante sondaggi, studi comportamentali, operazioni di feed back scientificamente programmate senza che l’utente-lettore-spettatore ne sappia nulla) più di quanto essi stessi si conoscano, e questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un gran potere sul pubblico, maggiore di quello che lo stesso cittadino esercita su sé stesso.

Si tratta di un decalogo molto utile. Io suggerirei di tenerlo bene a mente, soprattutto in periodi difficili come questi.

Fonte:http://www.linkiesta.it/blogs/cavoletti-di-bruxelles/noam-chomsky-e-il-decalogo-sulla-mistificazione-della-realta#ixzz2WMxxQ0Zf

Esiste oggi una questione, una domanda spesso non posta in maniera esplicita ma che si riesce a percepire, e riguarda la spiritualità e il suo significato accostato ad ambiti che sembrano apparentemente non c’entrar nulla. E mi riferisco alla politica e alla materia economica, discipline che appaiono oggi decisamente radicate, o meglio affondate, nel materialismo. E forse proprio per questo motivo, l’atto di “contaminare” il terreno con il seme della spiritualità può apparire decisamente spiazzante, il che è anche comprensibile – a volte giustificato – se pensiamo alla difficoltà nel definire il significato stesso di “approccio spirituale” alle cose del mondo, e il perché si voglia utilizzare un tale approccio in politica, in economia, come pure in altre attività normalmente considerate razionali e pratiche, che poco sembrano aver a che fare con il trascendente. D’altra parte, il termine “spirituale” è spesso recepito come sinonimo di religione dogmatica, con tutti gli aggettivi che una religione dogmatica si porta oggi sulle spalle. Oppure come suo opposto, una sorta di anarchia religiosa, da rifuggire come la peste. E purtroppo, a volte la spiritualità diventa anche un’etichetta, una sorta di abito bello e splendente da indossare con l’intento illusorio di elevarsi al di sopra dei poveri comuni mortali.

Se però riusciamo a liberare la spiritualità in quanto dimensione trascendente – e a liberarci da una sua falsa parvenza, come etichetta da appiccicare addosso – ci accorgiamo di quanto essa risulti cruciale e di vitale importanza in ogni nostra attività, inclusa l’attività politica e le molteplici attività di gestione dell’economia, della finanza. Un accostamento che, come dicevo inizialmente, potrebbe apparire decisamente spiazzante e fuori da ogni logica. Al contrario, comprenderne il nesso non è complicato se osserviamo alcuni degli attributi spirituali, cioè le caratteristiche proprie della dimensione eterna, non locale, che potremmo definire anche come la “dimora dell’Essere”, cioè di quella componente che attiene ai mondi sottili, e che è parte di noi stessi.

Un primo attributo spirituale fondamentale è quello che individua l’Essere come singola goccia, come tassello di quella Coscienza che ci unisce agli altri Esseri, anch’essi unici ma che possiamo considerare e riconoscere come parte di noi stessi, come parte di un’unica grande Coscienza che tutto comprende. In poche parole significa che l’attività politica, secondo un approccio spirituale, volgerà la sua attenzione al servizio ed alla cooperazione costruttiva, con la consapevolezza che l’amore donato è amore che ritorna. In tal modo si realizza anche il grande insegnamento che tutti conosciamo: “Ama il prossimo tuo come te stesso.”
Nella fattispecie, con una buona attività politica verso gli altri, facciamo del bene anche a noi stessi, e quindi si capisce come la spiritualità risulti determinante – e per nulla fuori luogo – se accostata, come in questo caso, all’ambito politico.

L’approccio spirituale ci rende evidente che qualsiasi conflitto politico possiamo creare equivale a colpire noi stessi, poiché l’altro è parte di noi. Al contrario, in mancanza di tale approccio tutto si riduce, come avviene oggi, a politiche di conflitto, di competizione, di scontro, di prevaricazione, di eliminazione dell’avversario di turno, di violenza tra fazioni diverse e fra poveri, proprio perché viene a mancare la consapevolezza del legame invisibile che ci unisce tutti ad un livello sottile e profondo.
Un secondo attributo spirituale è quello che riconosce l’evoluzione continua degli individui attraverso l’esperienza di molteplici esistenze, cioè il carattere evolutivo di ogni esistenza umana (tralasciando ora gli altri regni naturali). In concreto significa che ciascuno di noi ha una responsabilità primaria con se stesso, con il proprio Sé, cioè la realizzazione del proprio Essere attraverso un’esperienza soggettiva, facendo al tempo stesso da supporto attivo – talvolta da ambiente scenografico, da comparsa – in cui gli altri vivono la loro esperienza nel realizzare il loro Sé, tenendo conto che ciascuno sta percorrendo una via con un diverso grado di consapevolezza, quindi diverse saranno le esigenze e le scelte che l’individuo stesso si troverà a compiere e che deciderà di sperimentare. Anche in questo caso, nel tralasciare la dimensione spirituale ci riduciamo a considerare l’individuo come semplice animale da lavoro e da consumo. E questo lo si vede soprattutto nell’ambito economico e finanziario, dove la stragrande maggioranza delle persone tende a voler avere senza fare, e i rimanenti decidono di fare con l’obiettivo di avere più degli altri. E questa è l’economia che tutti conosciamo.

L’economia odierna, quella che ignora la componente spirituale, si è sempre occupata dell’avere e del fare, ma non si è mai occupata dell’Essere. Di conseguenza, quando manca la dimensione dell’Essere, ci accorgiamo che quello che facciamo o quello che desideriamo acquisire molto spesso non risponde alle nostre vere aspettative. Non risponde a quello che ci riguarda in prima persona e che realmente ci appartiene, ma diventa espressione di aspettative esterne, di aspettative a noi estranee, un soddisfacimento di breve durata. In questo modo la vita procede in una sequenza di azioni, di cose da fare, un continuo lavoro che ha come obiettivo quello di comprare ciò che pensiamo di dover avere per poter vivere su questo mondo. E nell’avere rientrano i cosiddetti beni di prima necessità, per la nostra sopravvivenza, ma anche tutta una serie di beni e servizi che rappresentano la quota di consumo indotto e direzionato dall’esterno. La vita diventa così un fare per avere, ed un avere per poter fare di nuovo. Se ci pensiamo bene, l’individuo fa per comprare, e compra affinchè attraverso una sua domanda di beni e servizi, possa continuare a fare attraverso il proprio lavoro, in una continua corsa senza soste.

A questo punto, se nell’agire umano consideriamo anche la dimensione spirituale, cioè la dimensione di eternità, l’Essere si trova nelle condizioni di poter prendere in mano le redini e guidare l’uomo attraverso un’esperienza che si dispiega su basi differenti e inedite. Tutto, nella nostra vita, acquista un significato nuovo se riusciamo a capire il perché oggi si producono determinati comportamenti economici piuttosto che altri e perché la situazione sembra così difficile da sbloccare. Non si tratta di tralasciare l’avere e il fare occupandosi solamente dell’Essere, ma piuttosto di divenire consapevoli di chi siamo, delle nostre componenti, e quindi fare in modo che l’Essere, ciascun singolo Essere, possa organizzare e orientare il proprio fare e il proprio avere prendendosi cura finalmente della prima casa, la dimora spirituale, dominio del Sé, e della casa intesa come mondo, come ambiente circostante.

“Economia” è un termine meraviglioso, e alla luce della nuova dimensione spirituale alla quale lo accostiamo, essa giunge a compimento. L’economia assume quindi un significato cosciente, soprattutto una funzione nuova e un senso nuovo, poiché essa deve rispondere ad un compito di ordine superiore, e si pone così al servizio di quella parte di noi che dimora nel mondo spirituale, permettendo a ciascuno di onorare se stesso nella propria unicità di creatura fisica e trascendente. Significa, in altre parole, onorare la propria Essenza senza danneggiare le altre, in un sistema economico/finanziario nel quale ognuno di noi si realizza pienamente, e nel realizzarsi favorisce la piena realizzazione degli altri, in un sistema di scambio consapevole e sostenibile.

Servire il proprio Essere significa permettere a se stessi e agli altri di evolvere consapevolmente anche nella dimensione spirituale, perché ciascuno di noi ha necessità evolutive ben precise, e la necessità di compiere determinate esperienze nel corso della propria esistenza. Porre l’Essere alla guida ci permette di affrontare il percorso della vita con strumenti nuovi, una libertà nuova, una libertà cosciente.
La crisi globale in cui siamo riguarda tutti e ci spinge a cambiare, a diventare adulti, a diventare migliori. Ci richiede soprattutto una risposta di ordine superiore rispetto alle cause che l’hanno prodotta. Qualcuno vorrebbe invece afferrare paradigmi più evoluti per riadattarli e comprimerli all’interno degli attuali modi egoistici e predatori. Si vorrebbe rimanere piccoli e demolire il muro che ci sbarra la strada, invece di essere noi a crescere, ad elevarci fino a scavalcare il muro stesso, più semplicemente.

Una visione spirituale dell’economia ci permette di riconsiderare da una prospettiva più ampia i parametri economici, il loro valore, la loro importanza, il concetto stesso di lavoro, di domanda di beni e servizi, di tassazione, di impresa, di volontariato, di central banking, commercial banking, di finanziamento del comparto pubblico e privato ed ogni ambito di rilevanza economica.
Occorre che riconsideriamo anche il ruolo delle nostre relazioni, e questo a prescindere dallo scambio economico, e i concetti di concorrenza e competitività, i concetti di scarsità e di abbondanza, di ciclo economico, ciclo naturale e ciclo vitale dell’essere umano.

Occorre riconsiderare il ruolo della moneta. Un ruolo fondamentale: fungere da strumento da utilizzare come controvalore negli scambi di beni e servizi, e cioè in tutti quei casi in cui risulta impossibile o inefficiente lo scambio diretto.

E’ il momento di riconsiderare le priorità e il loro grado di importanza alla luce della dimensione dello spirito, la dimensione dell’Essere. L’individuo smette di essere un animale da lavoro e consumo per diventare colui che – nell’esprimere se stesso – produce e scambia beni e servizi svincolandosi da una domanda indotta, poiché la volontà del Sé prevale. Anche in ambito economico quindi, la spiritualità non è affatto fuori luogo. Anzi, credo sia essenziale e imprescindibile se vogliamo applicare con successo modelli economici/finanziari innovativi, espansivi, e a sovranità monetaria senza ricadere nelle vecchie logiche.

Nonostante i continui dibattiti e i vari esperti che con grande competenza e cognizione di causa progettano, sperimentano e portano avanti numerose iniziative di sensibilizzazione, la situazione appare comunque preoccupante. Tante proposte, ciascuno per la sua strada. Keynesiani, post-keynesiani, signoraggisti, monetaristi, marxisti, ricardiani,…. e a fare da contorno una grande massa di persone che non vuole affatto un modello economico migliore per crescere in consapevolezza, ma vuole un sistema economico più comodo e agevole per soddisfare ancora di più le direttrici dell’avere e del fare, cioè il possedere e l’agire in maniera incosciente, perpetrando un egoismo che proviene da lontano e che è causa prevalente della crisi in cui ci troviamo oggi, e che in qualche modo ci proponiamo di risolvere con le nostre ricette. Per questo motivo, da una lato, è di vitale importanza che allarghiamo la visuale con cui affrontiamo le problematiche economiche, e politiche, e dall’altro lato, poter unire in un intento comune le nostre idee e competenze a realizzare un paradigma che sia veramente evolutivo per ciascuno di noi. Un nuovo paradigma che possa fare da ponte. Un ponte oltre la crisi, verso modi di vivere sempre più coscienti.

Scritto da Luca Caristina (http://coscienzeinrete.net/economia/item/1312-al-di-là-della-crisi-un-approccio-spirituale-all-economia)

Raccolta di alcune tra le più belle liriche di tutti i tempi selezionate di sera o al crepuscolo quando lo spirito più facilmente si libra ed accende il sentimento e la poesia.

1 marzo
Il racconto dell’Uomo in tre versi ermetici che descrivono la parabola della vita: la solitudine, l’amore, la morte. Viene da pensare che solo un Dio ci può salvare.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.”
( Ed è subito sera – Acque e terre – Salvatore Quasimodo)

28 febbraio
Il dolore senza limiti del Carducci sfocia nel pianto eterno sul melograno inaridito e non più capace di germogliare; una lirica di luminosa ispirazione.

“L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da’ bei vermigli fior,

Nel muto orto solingo
Rinverdí tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol piú ti rallegra
Né ti risveglia amor.”
( RIME NUOVE – Pianto antico – Giosuè Carducci )

27 febbraio
Questa sera ci soffermiamo sul pianto di un poeta ermetico e sulla rappresentazione di un dolore immenso al punto che la morte risulta quasi meno dolorosa della vita stessa.

“Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
Così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo”
( Sono una creatura – Giuseppe Ungaretti )

25 febbraio
Questa sera tributiamo un omaggio alla libertà e all’avversione verso il dispotismo, accarezzando le rime di un Grandissimo della Letteratura di ogni tempo, Illuminato e Romantico insieme.

“Tacito orror di solitaria selva
di sì dolce tristezza il cor mi bea,
che in essa al par di me non si ricera
tra’ i figli suoi nessuna orrida belva.

E quanto addentro più il mio piè s’inselva,
tanto più calma e gioia in me si crea;
onde membrando com’io la godea,
spesso mia mente poscia s’inselva.

Non ch’io gli uomini abborra, e che in me stesso
mende non vegga, e più che in altri assai;
nè ch’io mi al buon sentier più appresso;

ma non mi piacque il vil mio secol mai:
e dal pesante regal giogo oppresso,
sol nei deserti tacciono i miei guai”.
( Rime – Tacito orror di solitaria selva – Vittorio Alfieri )

24 febbraio
Il “meriggio” che raccogliamo stasera è la metafora, al termine di una lirica descrittiva del paesaggio, della precarietà della condizione umana e del malessere esistenziale che caratterizzano tutti i componimenti di questo nostro poeta e scrittore che possiamo definire Maestro contemporaneo.

” Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suol o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.”
( OSSI DI SEPPIA – Meriggiare pallido e assorto – Eugenio Montale )

23 febbraio
Questa sera cerchiamo di recuperare “il tramonto” attraverso l’atmosfera del quotidiano rivista con l’occhio decadente di un sommo poeta del Novecento che la legge con l’animo del fanciullo.

“..si vedono opache le vette,
è pace e silenzio tra i monti:
un breve squittir di civette,
un murmure lungo di fonti:

via via con fragore interrotto
si serra la casa tranquilla:
è chiusa: nel bianco salotto
la tacita lampada brilla.”
( Tramonti – Giovanni Pascoli )

22 febbraio
Si è fatto tardi e la sera è scivolata nella notte, ma forse possiamo ancora riprenderla con l’aiuto del poeta romantico più travagliato e più animato da spirito guerriero, dell’uomo generoso temerario e coraggioso insieme, dell’amante sensibile e struggente sia nella malinconia della patria creduta perduta che nel corteggiamento della donna ideale vista come icona della Patria da riconquistare. Leggiamo alcuni righi di questa incommensurabile poesia e degli slanci romantici che ne scaturiscono.

“.. vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirito guerrier ch’entro mi rugge.”
( Alla sera – Ugo Foscolo )

21 febbraio
..chiuderei con una riflessione sul nostro genere tratta dalla grande lirica di un genio dell’ Ottocento:

“.. al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanità del tutto.”
(A se stesso – Giacomo Leopardi )

18 febbraio
“..e piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.”
(La Pioggia nel Pineto – Gabriele D’Annunzio)

14 febbraio
“Capita che sfiori la vita di qualcuno, ti innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo, convivere le malinconie e le inquietudini, arrivare a riconoscersi nello sguardo dell’altro, sentire che non ne puoi più fare a meno… e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantatre anni sette mesi e undici giorni notti comprese?”
( L’amore ai tempi del colera – Gabriel García Màrquez)

La crisi economica è feroce, sembra interminabile e molti paesi d’Europa fanno i conti con i danni sociali e umani della recessione. Mentre le televisioni si occupano a orario continuato del famigerato spread e le manovre finanziarie “lacrime e sangue” si susseguono, Biagio Simonetta indica una prospettiva che pochi considerano. È il punto di vista dei vincitori, quello delle mafie. Il principio è il solito: molto denaro, molto potere. Soprattutto quando il denaro, tutt’intorno, scarseggia. L’applicazione è tanto lineare quanto sconcertante: in Italia e nel mondo, più l’economia si contrae, più le mafie si espandono. L’immensa liquidità proveniente dal traffico di cocaina ha salvato dal fallimento alcune delle banche più grandi del pianeta. I prestiti di ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra soccorrono le piccole imprese strette nella morsa del fisco e del credit crunch; se l’unica alternativa è chiudere i battenti, poco importa che le organizzazioni criminali richiedano tassi da usura e che alla fine si impadroniscano dell’azienda. E se davanti al dramma della disoccupazione e della povertà lo Stato latita, la liquidità mafiosa compra tutto, anche il consenso della popolazione. O trova ottime occasioni per il riciclaggio, approfittando di chi, disperato, vende i gioielli di famiglia al “compro oro” per pagare il mutuo o si illude di poter sbancare la “macchinetta” della sala giochi.

( I padroni della crisi. Come la recessione nutre le mafie
di Biagio Simonetta. )

(di Giuseppe Montagna )

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono due magistrati ma “I due Magistrati” sempre vivi nelle nostre memorie, nelle nostre coscienze, nelle nostre speranze. Due giudici solitari, in una Repubblica che trattava con la Mafia, ma amati e condivisi, ieri come oggi, da decine di milioni di cittadini.

La loro volontà è titanica, la loro perseveranza evangelica, il loro coraggio epico. Giovanni e Paolo, moderni Diòscuri, tra gli assordanti silenzi che suggeriscono i pensieri giusti e le immani fatiche delle requisitorie attese, quasi dimenticano la morte se non fosse per le lente e lunghe scie del fumo delle sigarette, accese l’una dopo l’altra e mai spente, anche qui per non creare soluzioni di continuità.

Giovanni e Paolo, Magistrati ante litteram e modello di vita autentica a cui ispirarsi ogni giorno e in ogni momento.

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