L’art. 88 della Costituzione (“Il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”) molto più di altre previsioni della magna carta, presenta discussi aspetti giuridici e controversi risvolti politici. 

È il potere più importante attribuito al Quirinale, e non a caso viene discusso in questa stagione di contrasto fra i poteri. La Carta del 1947 ci racconta in primo luogo che il Presidente non agisce sotto dettatura del governo: in Assemblea costituente venne infatti rigettato l’emendamento Nobile, che vincolava lo scioglimento delle Camere alla proposta del Consiglio dei ministri. Però nemmeno esercita un potere solitario, perché i costituenti respinsero del pari l’emendamento Dominedò, che in tale fattispecie intendeva escludere la controfirma del presidente del Consiglio. Il fatto che lo scioglimento sia controfirmato significa che è la somma di una doppia volontà, di una doppia valutazione. In altri termini siamo di fronte ad un “atto duale”: di tipo politico, nel caso del governo; di tipo discrezionale, nel caso del Capo dello Stato. E discrezionale non vuol dire scelta arbitraria; vuol dire viceversa che entra in gioco un potere discrezionale nell’accezione usata dai giuristi, ossia come potere libero nei modi ma ancorato a fini prefissati.
Ed il fine che la Costituzione assegna al Presidente e’ di evitare la paralisi nell’azione dello Stato. Ne discende che il potere di scioglimento è innanzitutto un potere deterrente contro i fattori di instabilità delle maggioranze e più che a sciogliere il Parlamento serve proprio a «non» scioglierlo.

Fin qui l’aspetto giuridico-costituzionale della previsione di cui all’art. 88. Tuttavia, dal punto di vista politico, il problema interpretativo del potere di scioglimento è esploso quando, dal 1994 in poi, si è indebolito il sistema partitico e, specularmente,  sono state approvate nuove leggi elettorali maggioritarie che hanno previsto la formazione delle coalizioni prima del voto e l`indicazione preventiva del capo della coalizione candidato alla carica di presidente del Consiglio. Cio’, secondo alcuni, ha generato nella cd. “costituzione materiale” il principio in base al quale se viene meno la maggioranza di governo scelta dagli elettori si ritorna al voto e ciò sia a tutela della sovranità popolare ma anche a favore della stabilità dell`esecutivo. A questo punto il vero problema è che il potere di scioglimento delle camere ha finito per assumere sempre più una valenza pressocchè esclusivamente politica che mal si addice a cariche istituzionali di garanzia, qual è il Presidente della Repubblica, in quanto rischia inevitabilmente di esporle nell`agone politico. In quest’ottica, infatti, anche un semplice pronunciamento preventivo del Presidente in una direzione o nell’altra può inluire fortemente sulle dinamiche politiche e sugli stessi equilibri parlamentari.

In ultima analisi il tema dello scioglimento delle camere, alla luce delle nuove istanze portate dalla costituzione materiale, deve essere oggetto di un appropiato intervento di revisione costituzionale dell’art. 88.

A tal proposito non è superfluo ricordare che la tendenza nettamente prevalente nelle maggiori democrazie parlamentari è quella di porre il potere di scioglimento nella disponibilità del premier. Anche in Germania, che peraltro regge su un sistema proporzionale, il cancelliere dispone di fatto di questo potere, attraverso la richiesta del voto di fiducia, l`assenza programmata dall`aula di una parte dei deputati della maggioranza e la conseguente reiezione della fiducia; reiezione che consente al Cancelliere di chiedere e ottenere lo scioglimento da parte del Presidente della Repubblica.

(Giuseppe Montagna)

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