“Io non so con quali armi sarà combattuta la III Guerra Mondiale, ma so che la IV Guerra Mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni.” Non sempre Einstein aveva ragione. In questo caso aveva torto. La III Guerra Mondiale è in corso, non si combatte con le atomiche, e qualcuno la sta vincendo, per ora. E la IV non si combatterà con le pietre. La finanza internazionale combatte la sua guerra per il predominio, per lo svuotamento delle democrazie e degli Stati. E’ un superorganismo che non rende conto a nessuno, che ha a sua disposizione i media, i politici-camerieri, gli stessi governi. La III Guerra Mondiale non si combatte sul campo di battaglia o con le bombe, ma nelle redazioni dei giornali, nelle televisioni, negli uffici all’ultimo piano delle banche, delle agenzie di rating, delle multinazionali. La notizia non data, la menzogna, il giornalista carismatico, il direttore imposto da poteri finanziari, il sottacere, la demonizzazione delle alternative politiche, la pietrificazione delle idee come se i cambiamenti fossero impossibili, ma soprattutto eversivi, contro un ordine costituito che, è ormai evidente, si tratta dell’ordine dei cimiteri. La III guerra mondiale è in corso, nessuno l’ha dichiarata, è una guerra silenziosa, insidiosa. L’informazione è la sua arma invincibile, per ora, la menzogna, l’attacco gratuito e vendicativo, la macchina della merda sempre pronta all’uso da parte di servi ben pagati per la loro entusiasta prostituzione, la guerra totale a chiunque si ponga fuori dal Sistema a livello, locale, regionale, mondiale. Chiunque ne metta in dubbio la santità, del resto benedetta anche da alti prelati, del Sistema è “anti”, contro, fuori, no global. Il Sistema per reggersi ha bisogno dei suoi vassalli nei singoli Stati, di moderni Quisling. Hanno nomi diversi in diversi Paesi, ma la stessa identica politica, la stessa matrice dell’informazione di stampo fascista, lo stesso spossesso di ogni volontà popolare, in nome di una globalizzazione che cancella le libertà individuali e la stessa struttura delle nazioni. La guerra è in corso, il primo modo di combatterla è riconoscerla, prendere coscienza che è in atto, che ha addormentato le nostre menti. Questo è il primo passo, credere che un’altra realtà sia possibile. Un risveglio. Un disgelo. Più il Sistema è disvelato, più diventa rabbioso. La bava alla bocca dell’informazione è un ottimo, splendido, magnifico segnale. Nelle prossime due settimane, prima delle elezioni, ne vedremo la faccia peggiore.

FONTE: http://www.beppegrillo.it/2013/02/la_iii_guerra_mondiale_e_in_corso

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Da una disamina attenta di tutti i sondaggi elettorali pubblicati sino ad ora, di qualunque colore e matrice (IPR, Piepoli, Demopolis, Ispo, Ipsos ecc.) e visibili sul Dipartimento per l’Informazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri ( http://www.sondaggipoliticoelettorali.it/ListaSondaggi.aspx?st=SONDAGGI ), emergono elementi che, perlomeno dal punto di vista politico, appaiono ormai consolidati e suggeriscono alcune considerazioni sostanziali:

– la coalizione di CS ha complessivamente un margine superiore di 4/5 punti percentuali rispetto a quella di CD ( 35% rispetto a 30%);

– la coalizione di CS, in virtù della legge elettorale per il Senato, non avrà la maggioranza in questo ramo del Parlamento ( ne conseguono accordi post elettorali con altre forze politiche differenti rispetto ai contenuti dell’alleanza di CS);

– SEL di Vendola non travalica la forchetta del 3,5/4,00% ( la conseguenza, per il CS ed il PD, è quella di un alleato scomodo ma poco rappresentativo);

– la Lega Nord, con un range che si attesta tra il 5 e il 5,5%, è confinata su una rappresentanza a base regionale che comporterà visibilità politica solo in caso di vittoria alle regionali di Lombardia;

– il PDL dovrà strutturare da solo l’iniziativa politico-parlamentare dell’opposizione di CD, stante l’irrilevanza degli altri alleati ( La Destra che oscilla tra l’1,00 e l’1,5%, Fratelli d’Italia con un range anche inferiore, Grande Sud inesistente);

-il M5S, con una rappresentanza che oscilla tra il 16 e il 18%, sale alla ribalta del palcoscenico parlamentare con un numero di deputati e senatori adeguato rispetto alle proposte, le iniziative ed i controlli di trasparenza che il movimento intende praticare;

– la Lista Civica di Monti ( range tra il 9,00 e il 10,00 %) consegue una rappresentanza dignitosa ma destinata ad incidere politicamente solo in caso di accordo post elettorale con il CS;

– UDC e FLI ( il primo con una forchetta tra il 2,00 e il 2,5%, il secondo con un limite inferiore all’ 1%) vedono ridotta al minimo la rappresentanza elettorale, e di conseguenza, anche la presenza/iniziativa politica;

– dei due Movimenti ( con candidato premier) nati a ridosso della campagna elettorale ( Fare per Fermare il Declino di Giannino e Rivoluzione Civile di Ingroia) il primo si attesta su un range ( tra l’1,00 e l’1,5) che non consentirà rappresentanza parlamentare, il secondo acquisisce un risultato ( range tra il 4,00 e il 5,00%) da considerare minimo rispetto alle aspettative dei promotori.

Forse dovremmo sapere che un certo Signor GREGORY PAGE è l’uomo che controlla il cibo del pianeta.
Sicuramente il suo nome e quello della sua impresa non dicono niente. Eppure nelle sue mani passano la gran parte degli alimenti che riusciamo a immaginare. Cargill è una delle quattro compagnie che controllano il 70% del commercio mondiale del cibo. Mentre il mondo affronta la più grande crisi alimentaria da decenni, loro fanno cassa “leggendo i mercati”….. Funziona così. Voi non lo sapete, ma il pane della vostra colazione è una merce con più valore del petrolio. La farina con cui è fatto si chiama Cargill. Vi dice qualcosa? E si chiama Cargill anche il grasso del burro che spalmate sul pane e il glucosio della marmellata. Cargill è il mangime che ha ingrassato la vacca da latte e la gallina che ha fatto le uova che friggiamo in padella. Cargill è il chicco di caffè e il seme di cacao; la fibra dei biscotti e l’olio di soia. Il dolcificante delle bibite, la carne dell’hamburger, la farina della pasta? Cargil. E il mais dei nachos, il girasole dell’olio, il fosfato dei fertilizzanti…? E l’amido che le industrie del petrolio raffinano per convertirlo in etanolo e mescolarlo alla benzina? Indovinate.
Quest’anno i prezzi degli alimenti di base sono aumentati in modo vertiginoso: il grano l’80%, il mais 63, e il riso, quasi il 10; i tre cereali che danno da mangiare all’umanità. Sono massimi storici, avverte la FAO, maggiori dei prezzi che nel 2008 causarono rivolte in 40 paesi e condannarono alla fame 130 milioni di persone.
Cargill ha attraversato la storia in punta di piedi. Com’è possibile che un’impresa fondata nel 1865, con 131.000 impiegati divisi in 67 paesi, con un fatturato annuo di 120.000 milioni di dollari, quattro volte quello di Coca-Cola e cinque quello di McDonald sia così sconosciuta? Come si spiega che una compagnia così gigantesca, con conti che superano l’economia del Kuwait, del Perù e di altri 80 paesi, sia passata inosservata? In parte perché è un’impresa familiare. Sì, i numeri stupiscono, ma Cargill non è quotata in borsa e non deve dar conto a nessuno.
I soci sono uno sciame di discendenti dei fondatori, i fratelli William e Samuel Cargill, contadini dello Iowa che crearono un impero nel XIX secolo grazie a un silos di cereali collegato alla via ferroviaria in un paesino della prateria che non esisteva sulla cartina. Più tardi, un cognato – John MacMillan – prese le redini e per decenni, i Cargill e i MacMillan aggiunsero silos di grano, mulini, mine di sale, macelli e una flotta di navi mercantili. Oggi, circa 80 discendenti si suddividono i ricavati e giocano a golf. Di loro si sa poco, salvo che nelle feste gli uomini portano gonne scozzesi per onorare gli antenati. E che sette siedono nel consiglio d’amministrazione e sono nella lista Forbes dei più ricchi del pianeta, con fortune che si aggirano attorno ai 7000 milioni ciascuno. Il presidente della compagnia è Greg Page, un tipo flemmatico a cui piace dire, con lentezza, che Cargill si dedica “alla commercializzazione della fotosintesi”.
IN REALTA’ C’E’ POCO DA SCHERZARE
E i prezzi continueranno ad aumentare, pronostica il Financial Times. “Il prezzo dei cereali è critico per la sicurezza alimentare perché è l’elemento di base dei paesi poveri. Se i prezzi continuano a crescere ci saranno altre rivolte”. Le cause sono molteplici. Un insieme di siccità, cattivi raccolti e speculazioni. A guadagnarci sono in pochi. E tra loro ci sono le mastodontiche imprese che controllano il commercio mondiale dei cereali. Cargill ha triplicato i benefici nell’ultimo semestre e i suoi guadagni superano i 4000 milioni di dollari, record raggiunto nel 2008 nel pieno della crisi alimentare. La compagnia aveva scommesso che la siccità in Russia, uno dei grandi produttori mondiali, avrebbe obbligato Vladimir Putin a proibire le esportazioni per assicurare il consumo interno. E indovinò. “Abbiamo fatto un buon lavoro leggendo i mercati e abbiamo reagito rapidamente”, spiegò un portavoce di Cargill. In cosa consiste la reazione? Si tratta, essenzialmente, di giocare al Monopoli, comprando i raccolti nel mercato del futuro, cioè prima che sia piantato un solo seme, e di venderli poi in un posto o l’altro del pianeta, là dove risulti più proficuo..”

Fonte: http://www.liberamente.co/cms/articles/2013/01/30/gregory-page-%E2%80%93-l%E2%80%99uomo-che-controlla-il-cibo-del-pianeta#.UQkfOI-1Kr8.facebook

Salgono i prezzi, milioni di persone hanno fame e la Cargill (e non solo) fa profitti record. Per 80 persone. Questo è il mondo che non vogliamo più. Rendiamolo un passato di cui vergognarci: operiamo in orizzontale, compriamo dai nostri vicini, a km 0 per quanto possibile, da chi coltiva biologico o biodinamico, da chi magari conosciamo. Assicuriamoci che il grano della nostra pasta non contenga pesticidi, coltiviamo i nostri orti. Agire in orizzontale è l’unico modo per contrastare le grandi piramidi finanziarie e produttive.

di  Sergio Di Cori Modigliani  pubblicato su http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it

Potrebbe (e a mio avviso dovrebbe) essere “la mamma di tutte le immondizie italiane”.
Parliamo qui, ancora, della vicenda relativa a Monte dei Paschi di Siena.
Stanno già facendo tutto per annacquare la vicenda, camuffarla, nasconderla, occultarla e infine insabbiarla.
Tireranno fuori le notizie più strane, in questi rimanenti giorni di campagna elettorale, per distrarre l’attenzione e fare in modo che l’opinione pubblica non si interroghi e che la gente non pretenda di voler sapere.
Dipende da noi tutti agitare le acque in modo tale da inondare il territorio mediatico (quantomeno sul web) di una valanga di domande alle quali è nostro diritto esigere delle risposte immediate e pertinenti.
Senz’altro avremmo saputo qualcosa da Corradino Mineo su rai news 24. Non è più possibile: è candidato capolista per il PD in Sicilia.
Qualcosa di davvero intelligente (perché l’uomo lo è senz’altro e molto, oltre ad essere molto pertinente essendo uno dei più grossi esperti italiani dei meandri del potere del nostro sistema bancario) avremmo potuto sapere leggendo sul Corriere della sera gli entusiasmanti editoriali finanziari di Massimo Muchetti ma non sarà possibile perché è candidato capolista a Milano nelle fila del PD. Avremmo (forse) potuto sapere qualcosa da altri 25, ma sono tutti candidati. Quindi staranno tutti zitti.
E’ per questo li hanno candidati (?) Ed è per questo che sulla stampa mainstream non leggeremo e non sapremo nulla. Basterebbe fare le domande giuste.
Perché nel campo specifico della professione giornalistica, ciò che conta per davvero consiste nella “qualità delle domande che si pongono”. E’ soltanto questa la differenza tra un bravo giornalista che onora la professione e i nostri impiegati della cupola mediatica.
Sono le domande, quelle che contano.
Domande che inchiodano, che obbligano a delle risposte che non possono essere evase. Ecco le tre domande che andrebbero poste all’on. Silvio Berlusconi, presidente del PDL.
1) “ Ci risulta, come confermato dagli atti ufficiali, che la società di intermediazione finanziaria statunitense Goldman Sachs abbia affidato al giornalista Gianni Letta, ai tempi deputato eletto nelle sue liste, la mansione di gestire, sovrintendere e chiudere la compravendita tra Monte dei Paschi di Siena e Banca Antonveneta. Come mai, non essendo l’on. Gianni Letta né un esperto di sistemi bancari, né un esperto in tecnica bancaria, né un banchiere, né ufficialmente parte in causa, è stato scelto per tale delicato lavoro che presuppone una corposa e specifica competenza tecnica?”
2) “ Ci risulta, come provato da atti ufficiali, che, strada facendo, sia stata accorpata anche la società di intermediazione finanziaria statunitense J. P. Morgan, attraverso, pare, la partecipazione attiva e personale del direttore responsabile marketing per le operazioni europee, Mr. Monti jr. Come mai? Perché sarebbero state scelte queste due società straniere essendo l’Italia piena di eccellenti società di intermediazione finanziaria ad alti livelli sia di merito che di competenza tecnica garantita?”
3) “ Come mai, essendo il Monte dei Paschi di Siena una banca di interesse nazionale, considerata “strategica” all’interno del mondo finanziario-economico italiano, l’on. Gianni Letta, venendo meno ai suoi obblighi di Legge, non ha riferito, punto per punto, l’intero percorso operativo al presidente della Consob, alla ABI (Associazione Bancaria Italiana) a Bankitalia, al Ministero del Tesoro, e –essendo coinvolte società non italiane in un ambito di rilevanza strategica- anche al Ministero della Difesa?”.
In seguito alla dichiarazione pubblica, rilasciata sabato 26 gennaio da Pier Luigi Bersani, che ha detto: “Se c’è qualcuno che osa sostenere che il PD c’entra in un qualunque modo in questa vicenda, ebbene, noi lo sbraniamo vivo” bisognerebbe porre le seguenti domande al Presidente del PD, on Rosy Bindi e quindi mettersi nelle condizioni di essere sbranato vivo:
1) “ Sulla base di atti provati e già in possesso sia delle autorità finanziarie che della magistratura che sta indagando sulle dubbie operazioni finanziarie del Monte dei Paschi di Siena, risulterebbero le seguenti emissioni di bonifico bancario a favore del partito da lei presieduto: da parte di Giuseppe Mussari, presidente della banca, versamento di 246.000 euro; da parte del vice-presidente della banca Monte dei Paschi di Siena, Ernesto Rabizzi 125.000 euro. Da parte del presidente della società denominata “Monte dei Paschi di Siena Capital Service” la cifra di 176.063 euro destinata – nello specifico – alla federazione del Partito Democratico di Siena. Da parte di Riccardo Margheriti, presidente di “Monte dei Paschi di Siena Banca Verde” la cifra di 132.890 euro con la specifica destinazione per investimenti nel settore della green economy a fronte dei quali non esiste nessuna fattura emessa. Infine, da parte di Alessandro Piazzi, consigliere della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, la cifra di 161.400 euro. Le domanda sono le seguenti: come mai sono stati versati questi soldi al PD? A quale titolo? A fronte di quali specifiche mansioni? Come mai risultano inviate ma non sono state immesse in bilancio? Come mai risultano incassate ma non sono state immesse nel bilancio del PD?”.
2) “ Risulta agli atti che il presidente del Monte dei Paschi di Siena abbia provveduto a far avere al gruppo politico DS nell’arco di dieci anni, dal 1999 al 2009, la cifra complessiva di 682.000 euro. Come mai? In base a quale mansione specifica? Come mai non risulta iscritta in bilancio né in uscita presso la banca né in entrata presso il gruppo DS – tuttora esistente nonostante sia estinto – Tale gruppo estinto è confluito nel partito da lei presieduto, lei che cosa ha da dire al riguardo? Risulta, inoltre, che il presidente della fondazione bancaria abbia “personalmente” versato la cifra di 703.000 euro alla federazione del PD di Siena. A quale titolo? Come mai non sono stati conteggiati”.
Queste sono le domande (parliamo qui davvero di quisquilie e di robetta) che andrebbero poste. Non si tratta soltanto di curiosità. Queste sono le attività di una banca nazionale strategica che è posseduta al 39,6% da una fondazione che è stata identificata e definita da atti parlamentari ufficiali come “ente benefico” e di conseguenza gode del diritto di non subire alcuna forma di tassazione.
Da cui se ne ricava la seguente situazione: l’Italia è una nazione – “ed è ufficiale” – nella quale le banche possono non pagare le tasse se fanno beneficenza; tale beneficenza si manifesta nell’inviare dei bonifici bancari alle federazioni dei partiti direttamente da parte del management direttivo che considera tale pratica come norma consuetudinaria. Poiché non sono sottoposti ad alcun controllo, ritengono di non dover risponderne alla cittadinanza.
Con l’aggiunta della consueta pantomima elettorale mediatica, costruita per i gonzi, a firma del re degli imbonitori, il nostro Berluska, il quale –immagino- dinanzi al panico dei suoi amici e soci in affari (dal PD all’Udc, passando per tutti, nessuno escluso) deve averli tranquillizzati sostenendo il suo emblematico “ghe pensi mì”. E così, tira fuori una idiota gaffe da operetta a proposito del fascismo, con la cupola mediatica complice che si butta appresso riempiendo i giornali di opinioni, discussioni, distinguo, chiarimenti. Di tutto.
La mia serena opinione è che per tutti i grossi pescecani partitici, oggi, ciò che conta, è sviare l’attenzione dall’affaire Monte dei Paschi di Siena, “la mamma di tutte le immonde schifezze italiane”. Qualunque cosa purchè se ne parli sempre di meno. Qualunque diversivo, gossip, menzogna, fantasia. Va bene tutto. Basta che la gente non cominci a pretendere la verità su ciò che, ora dopo ora, comincia a delinearsi sempre di più come la autentica cassaforte del club dei club: il tavolo italiano dove la massoneria reazionaria, il vaticano, i partiti italiani e i colossi finanziari anglo-statunitensi, si sono sempre incontrati per decidere chi governa, come governa, chi deve contare, chi non lo deve. E soprattutto a chi è necessario dare soldi e quanti e quando e dove. Perché, per loro, ciò che conta, in questa campagna elettorale è soltanto questo: il profitto netto che i partiti-azienda sono in grado di assicurarsi grazie al voto di chi crede in loro. Questa è la realtà dei fatti, oggi.
Questa è la stessa banca che, nell’arco del solo 2012, ha provveduto a negare crediti a circa 15.000 piccole imprese nel territorio della regione Toscana e in Emilia Romagna, le quali sono andate in liquidazione e sono fallite.
Una banca che ha prodotto dissesto e disoccupazione, in nome della beneficenza.
Abbiamo il diritto di esigere e pretendere il default immediato di questa classe politica indecente, perché se non vanno in default loro, ci andiamo noi.
Ultima domanda a tutti: “Come mai un ente benefico rifiuta il credito alle imprese che danno lavoro e occupazione ma regala dei soldi a un partito?”.
Il titolo di MPS va al rialzo e la borsa gongola.
Si sono fatti i loro conti.
Non sarebbe splendido, il 26 febbraio, poter dire: ”Signori, avevate fatto i conti senza l’oste
Noi, siamo l’oste. Non dimentichiamolo.
Buona settimana a tutti.” Sergio Di Cori Modigliani

La crisi sistemica iniziata il 9 agosto 2007, dopo cinque anni e cinque mesi non dà segni di risoluzione. Non potrebbe essere diversamente. La matrice strutturale che l’ha scatenata non è stata scalfita. Al contrario, il sistema bancario ombra (gli intermediari non regolati, Hedge Funds, Investment Banks, Fondi di Private Equity, Merchant Banks mascherate da banche commerciali, che operano fuori borsa ad altissimo rischio di solvibilità dell’attivo), il vessillifero della finanza predatoria ha aumentato i propri assets a 67.000 miliardi di dollari (al 31.12.2011), il 111% del Pil mondiale, rispetto ai 62.000 miliardi di dollari del 2007, anno di inizio della crisi. Il sistema bancario ombra negli Stati Uniti detiene il 53% dell’attivo totale del sistema bancario, nei paesi dell’eurozona il 38%. Correlativamente il mercato dei derivati Over the Counter, non dà segno alcuno di ravvedimento (il disastro delle obbligazioni subprime ha trovato in quel mercato il terreno elettivo di coltura) e si è stabilizzato intorno ai 630.000 miliardi di dollari, dieci volte il valore del Pil mondiale.La crisi è stata gestita attraverso l’immissione di dosi, addirittura crescenti, della medesima tossicità finanziaria che l’ha generata, combinata con politiche di austerità fiscale che ne enfatizzano gli effetti recessivi. Alla stessa stregua di un malato di cirrosi epatica al quale il medico continuasse a somministrare dosi crescenti di alcol imponendogli, contestualmente, diete violente e salassi ricorrenti!Aver salvato il sistema bancario e finanziario mondiale, grazie agli interventi di ricapitalizzazione e sottoscrizione di garanzie dei Governi con effetti dirompenti sui deficit e sui debiti pubblici, senza procedere ad una rigorosa regolazione, ha rappresentato il peccato originale della politica e la dimostrazione impietosa della sua sudditanza servile alla finanza canaglia. La finanza anarchica e globale, salvata ma non regolata, ha trasformato i debiti sovrani dei Paesi europei più esposti (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia) in praterie indifese sulle quali organizzare, a turno, lucrose e periodiche razzie.Lo spread è la misura della sanzione che i più deboli devono pagare per non fallire.Esiste, senza dubbio, una componente di debolezza obiettiva nelle dimensioni dei debiti sovrani a rischio, ma è altrettanto incontestabile che la componente maggiore dello spread derivi dalla speculazione sui Credit Default Swaps dei Bond sovrani, titoli che garantiscono contro l’insolvenza dell’emittente senza richiedere il possesso del sottostante, ovvero dei titoli di stato stessi.La dittatura della finanza predatoria sull’economia mondiale, che si concretizza nel carry trade quotidiano, ovvero in arbitraggi infiniti, grazie all’high frequency trading, su azioni, obbligazioni, commodities, tassi, cambi, in Europa, oggi, prende la forma degli andamenti erratici degli spreads. Dai quali derivano:

1 l’aumento dei tassi di rifinanziamento dei debiti sovrani in scadenza;

2 l’aumento dei tassi sulla raccolta bancaria;

3 la caduta del valore dei titoli sovrani;

4 la creazione di minusvalenze nei portafogli delle banche che detengono grandi quantità di titoli sovrani;

5 la rarefazione dei finanziamenti nel mercato interbancario internazionale a danno delle aziende di credito dei Paesi a rischio default ;

6 la necessità delle banche dei Paesi a rischio di rafforzare le garanzie di solvibilità attraverso aumenti di capitale; riduzione degli attivi: dalla contrazione dei crediti, all’aumento dei tassi sui finanziamenti, alla vendita di assets; tagli drastici dei costi operativi e dei costi del personale; ingenti riduzioni dei livelli occupazionali;

7 la trasmissione di impulsi recessivi all’economia che si ribaltano sulle stesse aziende di credito nella forma di crescita elevata delle partite deteriorate (crediti scaduti, crediti ristrutturati, incagli, sofferenze), delle perdite su crediti, delle rettifiche su crediti, del crollo della redditività .

È la complessità brutale e violenta della dittatura della finanza predatoria e dello spread, del capitalismo finanziario deregolato e globale col quale ogni giorno, nella nostra apparentemente appartata quotidianita’, dobbiamo fare i conti.

Siamo all’interno di una crisi senza fine, la più grave dalla prima grande crisi dell’Ottocento (1873/1895) che incubò la prima guerra mondiale, e dalla depressione degli anni Trenta del secolo scorso dalla quale si uscì con il secondo conflitto mondiale.

Il Pil tedesco è fermo: più 0,1 per cento nel secondo trimestre;  ben al di sotto delle attese degli analisti che stimavano un più 0,5. La frenata della locomotiva germanica segue di pochi giorni quella della Francia, reduce da due trimestri di economia stagnante e quindi tecnicamente a rischio recessione. Un anno fa la Germania sembrava avere la ricetta giusta per tutto: rigore nei conti ed  economia a gonfie vele. La Francia seguiva a ruota conscia del suo ruolo nell’asse Berlino-Parigi. Dodici mesi, e anche queste certezze si sono dissolte: la Germania (e la Francia) crescono meno dell’Italia. L’intera Eurolandia segna il passo con uno 0,2 certificato da Eurostat, con tutto quello che ne consegue sulle borse e sui mercati dei titoli pubblici. Germania e Francia a crescita zero sono la vera novità che sovrasta a livello internazionale confermando quella che è ormai una convinzione:  l’Occidente, dagli Usa all’Europa, ha contratto un virus molto serio di cui porta interamente le colpe. Basta vedere la classifica dei debiti pubblici del mondo: Usa, Giappone, Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, Canada. Tutti con percentuali oscillanti dall’80 al 200 per cento del Pil. E tutti, contemporaneamente, con percentuali di crescita minime. Ma chi sono questi colossi del debito? Sono quelli del vecchio club del G7. Le economie che fino a non molto tempo fa si riunivano in pompa magna nei resort più esclusivi, da Versailles a Williamsburg, per rassicurare se stessi e dettare l’agenda agli altri. Poi è arrivata la Russia e qualcosa è cambiato. Quindi la Cina. Quindi il crac Lehman Brothers, la Grecia, ed ora ecco profilarsi una seconda crisi dovuta stavolta non alla finanza ma al debito ed alla stagnazione. La teoria della crisi non a V, ma a W, con due fasi depressive prima di tornare a vedere la luce, si sta insomma materializzando. Ma tutto ciò è una fatalità, basata cioè su elementi contro i quali non si può far nulla, oppure è un problema che sarebbe rimediabile se l’Occidente avesse uno scatto d’orgoglio e leadership diverse? I dati oggettivi purtroppo non mancano: nella classifica che abbiamo citato subito dopo il Canada, con un debito dell’82 % del Pil, vengono il Brasile e la Cina, il cui indebitamento è pari rispettivamente al 37 ed al 17 per cento del loro prodotto lordo. Quindi tra i primi sette paesi occidentali e due delle maggiori economie emergenti c’è un abisso profondo come la fossa delle Marianne. Va aggiunto che India, Messico, Turchia e Russia, hanno tutti debiti inferiori a metà del Pil. Con l’indebitamento pubblico così basso, il tasso di natalità in pieno sviluppo, la voglia di consumi delle loro giovani popolazioni ed il Pil che sebbene tra alti e bassi continua a viaggiare a ritmi tra il 5 ed il 10 per cento, è evidente che sarà l’altra parte del mondo a dettare le regole a noi occidentali. Eppure, che cosa ha fatto il nostro mondo per meritarsi il contrario? Ha reagito alla prima crisi, quella nata a Wall Street e dintorni, finanziando con denaro pubblico le banche e senza spedire in gattabuia neppure uno speculatore. Ciò vale in particolare per gli Usa di Barack Obama, ma anche per Germania, Francia, Gran Bretagna. Oppure, quando non ha dato soldi dei contribuenti alle banche, ha continuato nel tran tran di sempre, con manovre di nuovo a carico dei contribuenti, per tenere in piedi un sistema di welfare barocco e insostenibile ed accontentare questa e quella corporazione: è ovviamente il caso dell’Italia, ma anche del Giappone e del Canada. Ha inoltre consegnato alla volpe (le agenzie di rating) la chiave del pollaio, mentre si scrivevano fiumi di parole sulle mitiche nuove regole finanziarie. Inoltre né di là né di qua dall’Atlantico nessuno ha realizzato le vere riforme che servirebbero. Ne elenchiamo qualcuna: sistemi fiscali più equi, leggi meno protezionistiche, norme ultra-severe contro i grandi speculatori. Ma anche l’unione degli sforzi per finanziare un “New Deal 2.0”: non si tratta più di piantare pali della luce nel deserto come ai tempi di Roosevelt, ma di realizzare grandi reti wi-fi, e nel caso dell’Italia o della Spagna di disinquinare le coste, perché è inconcepibile che l’intero litorale romano sia dieci volte più inquinato di quello di Los Angeles. Costa tutto questo? Certo, ma come si esce dalle grandi crisi? Taglieggiando gli stipendi e le tredicesime del lavoro dipendente?  Così è evidente che continuiamo a farci male da soli !

La verità è che prima ancora di perdere la Lehman Brothers e la Grecia, l’Occidente si è giocato un’altra cosa: la leadership politica, economica e perfino militare. In pratica, tutta quanta la propria credibilità. In altri termini ha esaurito la spinta propulsiva, per usare la formula applicata all’Urss negli anni 80. L’epicentro di questo incredibile vuoto è attualmente la Casa Bianca, e, per la proprietà economico-transitiva, anche l’Europa  D’altra parte Usa, Germania, Francia, Italia, Spagna, sono tutti paesi in cui nei prossimi due anni si andrà a votare. Anziché grandi progetti per uscire dalla crisi con una nuova visione del mondo, i nostri scricchiolanti capi di stato e di governo tengono d’occhio il barometro elettorale: che per molti di loro tenderà al peggio con nostra unica e magra consolazione!

Gli amici di Bari di Beppe Grillo  scrivono sul  suo sito il 25/6/2011:

La Puglia “migliore” di Vendola, dopo sei anni continui di amministrazione regionale, è riuscita a portare la raccolta differenziata ad un misero 20%. (dati regione Puglia). La domanda nasce spontanea: “La percentuale è così bassa perché non sono in grado di organizzarla oppure perchè hanno interesse a che si costruiscano gli inceneritori?”. A voi la risposta, ma un dato di fatto è innegabile. Il gruppo Marcegaglia rappresenta in Puglia una delle potenze economiche regionali di maggior peso per la gestione dei rifiuti (proprietaria dell’inceneritore di Cerignola, Massafra e Modugno più aziende per la produzione di CDR e discariche). Appare chiaro che la Marcegaglia potrebbe in qualsiasi momento scatenare una crisi economica o l’emergenza rifiuti nella nostra regione. Questo regime di monopolio crea una potenziale ricattabilità di cittadini e amministratori. I cittadini sono preoccupati per l’inquinamento dell’incenerimento dei rifiuti e di questo è consapevole lo stesso governatore pugliese. Infatti è in arrivo a Taranto, una tra le città più inquinate d’Italia, un polo oncologico privato, il San Raffaele di Milano, finanziato con 120 milioni di euro pubblici. Se per alcuni italiani Vendola potrebbe rappresentare l’ultima scialuppa di salvataggio, possiamo assicurarvi che tanti pugliesi preferirebbero piuttosto annegare. Gli inceneritoristi non si arrenderanno mai (ma gli conviene?), noi neppure!

Al riguardo così risponde Sinistra Ecologia e Libertà sul proprio sito:

“In sostanza, come stanno le cose: nel 2005, anno del primo mandato Vendola, gli impianti previsti dal piano Fitto (5) erano stati già appaltati relativamente alla loro gestione. A questi appalti erano seguiti anche diversi contenziosi amministrativi, per lo più promossi dalle ditte concorrenti e escluse dall’aggiudicazioni. La giunta Vendola ha bloccato tutti gli inceneritori previsti nella parte pubblica. Al contrario, non ha potuto bloccare la parte privata (della Marcegaglia, progettata in Capitanata), poiché questa è regolamentata da normative nazionali e comunitarie e non da leggi regionali.

La battaglia contro gli inceneritori è sacrosanta e bene si fa a promuovere campagne di denuncia sulla dannosità degli stessi al fine di far crescere la consapevolezza dei più, e in particolare della classe politica, sulla dannosità che essi hanno sulla salute dei cittadini e sull’ambiente. Ma la vittoria la conseguiremo solo e se riusciremo a cambiare la normativa vigente.”

Noi ci limitiamo a ribadire quanto già sottolineato su questo blog il 27 febbraio scorso ( v.  Inceneritore…di cosa parliamo?) e cioè che:

“Indipendentemente dalla normativa vigente, in molti paesi tecnologicamente avanzati, come l’Olanda, è in atto una politica (quella vera con la P maiuscola) che prevede la progressiva chiusura degli inceneritori, a favore di prevenzione e raccolta differenziata; mentre in altri paesi, come Finlandia, Grecia e Irlanda, gli inceneritori semplicemente non esistono. Questa è la direzione virtuosa che vogliono i cittadini sani di mente (cioè la maggior parte) e che in Italia si deve perseguire con o senza Berlusconi, con o senza Vendola, con o senza Grillo !